martedì 24 gennaio 2023

L’antica «Strada della Chiesa»

 

Il centro di Filo dall’Unità d’Italia ad oggi - 3 -

di Agide Vandini

  

Cartolina viaggiata 1916 (Fronte) - Collezione Maurizio Gamberini, Argenta

 

Vista odierna dal crocevia di Filo Dicembre 2022

 

Per osservare i cambiamenti intervenuti in questa parte del paese possiamo servirci di una rarissima cartolina d’epoca di cui ottenni, tempo fa dal collezionista, la disponibilità alla pubblicazione, citandone rigorosamente la provenienza. Si tratta di una cartolina “viaggiata”, spedita da Filo il 26 giugno 1916 e indirizzata al Dottor Carlo Tosello di Fusignano, con tanto di timbri postali di quei giorni. Nella facciata posteriore della cartolina, si leggono le parole: «Unitamente al babbo, mandiamo i più sentiti ringraziamenti e saluti, Edmea e famiglia».

Ovviamente l’interesse di noi filesi si concentra sull’immagine della facciata, ove compare un nitido scorcio del paese, fotografato fra il ‘12 ed il ‘16 del vecchio secolo, verosimilmente dall’edificio posto sull’incrocio stradale, ovvero da una delle finestre della vecchia Caserma (v. foto nella Parte Seconda), la Stazione dei Carabinieri che, come sappiamo, vi si era stabilita una quindicina di anni prima, sul finire dell’Ottocento [http://filese.blogspot.com/2022/12/le-tre-caserme-dei-carabinieri-filo.html ] .

Sulla base della nitida immagine sono in grado di integrare quanto scrissi tempo addietro, in questo stesso blog, basandomi sulla fruizione soltanto parziale della cartolina.

La foto ritrae in sostanza, nella «Via Chiesa», la situazione della planimetria del 1906.

Va da sé che confrontato allo scenario di questi giorni, anche questo scorcio di paese appare stravolto, soprattutto - è bene ricordarlo - a causa delle distruzioni belliche, ma anche dell’abbattimento, a cavallo del 1930, della chiesa Cinquecentesca e del suo campanile, rimpiazzati dal solo chiesone attuale.

Ben pochi dunque sono i punti in comune fra le immagini di ieri e di quelle oggi. Uno di questi è la diritta strada che scende in direzione di Bando (all’epoca «Via Chiesa», fino al bivio fra la «Strada dei Dossi» e la «Via Oca-Pisana»), l’altro è l’unica abitazione sopravvissuta ai bombardamenti alleati, ovvero casa Minguzzi (la cà dla Mingóna [1]).


 

 

 

 

14 Aprile 1945 – Nel fermo immagine del filmato Alleato, i soldati inglesi nel Crocevia di Filo in prossimità delle «scuole vecchie». Sullo sfondo la «Cà dla Mingóna», visibilmente danneggiata, unica abitazione della «Via Chiesa» rimasta in piedi

 

   

Il tracciato della strada è rimasto lo stesso dal crocevia all’abitazione del Parroco, ma ad inizio Novecento, la sede stradale appariva più larga dell’attuale, giacché affiancata da una larga striscia di suolo pubblico che, separato da solidi paracarri, lambiva gli edifici, dall’incrocio e dalla cà dla Nuziadina (casa di Bosi Annunziata) fino alla chiesa.

 

Al scôl vëci [Le scuole vecchie]

Sulla sinistra della cartolina, ove ora ha sede l’Ufficio Postale, s’intravvede un lato delle cosiddette «scuole vecchie», poi bombardate ed abbattute nel dopoguerra, quando, in quello stesso luogo fu eretta, l’attuale Casa Comunale (ex Casa del Popolo).

Qui ci soffermiamo per alcune considerazioni intorno al vecchio e perduto edificio. Sappiamo con certezza che esso ospitò le scuole pubbliche a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento, scuole poi considerate «vecchie» nell’anteguerra per distinguerle da quelle «nuove» costruite a cavallo del Novecento fra il crocevia e la chiesa; di queste ultime, nella cartolina, si notano le due ampie scalinate[2].

Il luogo e l’edificio delle «scuole vecchie» fu, negli anni anteriori all’Unità d’Italia, sede del Comune di Filo e «comunali e pubblici» erano perciò anche i terreni ad esso adiacenti, oggi adibiti a parcheggio e Monumento ai Caduti.

 



Le «scuole vecchie viste», viste da ovest, in una foto gruppo familiare degli anni ’30.

 



Le stesse scuole bombardate in un fermo immagine del filmato girato dalle forze Alleate il 14 aprile 1945, giorno della Liberazione di Filo

La corrispondenza «Scuole vecchie» - «Antica Podesteria» viene confermata dallo «Stato delle Anime dell’anno 1879» ove il nostro Parroco annotò:

 


La destinazione d’origine dell’edificio, quale sede del nostro Comune (soppresso appena 20 anni prima, il 27.12.1859, ma riclassificato come «appodiato» nel 1830) è attestata dal fatto che quello stesso luogo era stato fino ad allora annotato, in quei registri, come «Podesteria», oppure come «Casa Comunale», di proprietà del Comune di Filo. Fu in quei locali, quindi, che il 30 aprile 1849 fu approvata l’adesione alla Repubblica Romana[3].

Sappiamo, sempre dagli stessi registri, che, dopo il ridimensionamento e la successiva soppressione del Comune, il palazzo ospitò famiglie di varia estrazione, dai bisognosi al «sotterrino», al dottor Sangiorgi da Tossignano; poi, dopo qualche anno di vuoto, forse per sgomberi ed adattamenti, fu anche l’alloggio provvisorio di una maestra di Alfonsine.

 

Correva l’anno 1871, anno forse di primo funzionamento della scuola pubblica a Filo.

 

Il «Campicello»

Tornando all’immagine della cartolina ed osservandone i particolari, possiamo notare, alla destra delle «scuole vecchie», alcuni sviluppi intervenuti nell’area oggi adibita a parcheggio e Monumento ai Caduti. Vediamo un campo coltivato circondato da una siepe e, in un angolo, un nugolo di persone in attesa alla fontana. Lì, un tempo, in un marmo riquadrato, stavano due scritte: «1912», anno di conquista dell’acqua di sorgente, e «metri 96», la profondità della perforazione[4]. A quella fonte (oggi interrata) l’acqua fuorusciva lentamente, ma a getto continuo, da un tubo che spuntava da sotto il livello del terreno, in un vano cui si accedeva scendendo un paio di scalini.

L’immagine dell’ampio campo coltivato, probabilmente a cura degli scolari, ci spiega dunque l’antica destinazione del prato in cui, noi bambini nati nell’immediato dopoguerra, abbiamo giocato alla «flĕpa», ovvero alla lippa, fino al 1955, anno in cui fu eretto il «Monumento»[5].



 Foto sopra: una Festa dell’Unità allestita nel «Campicello», nell’immediato dopoguerra.



Foto a destra: nel «Campicello», intorno al 1940, è arrivato il Circo Bidoni[6]


 

 A fianco del «campicello», nella foto anni ‘10 non c’è ancora il mulino Barabani che lì si trasferirà soltanto alla fine degli anni ’20, con l’arrivo dell’energia elettrica in paese. Nella nostra vecchia cartolina, possiamo ancora notare infatti l’assenza di «pali della luce».

 

1955 - Inaugurazione del Monumento ai Caduti nell’area dell’ex «Campicello»

   Dietro al «Campicello» la cartolina anni ’10 ci mostra una fila di «capanni», in parte forse ancora abitati, allineati su di una stradina, l’attuale Via Giovanni Mezzoli, cui si accede tramite un ponticello sul fossato di scolo.

All’epoca, il fosso decorre dal crocevia, costeggia la rampa e tutta la «Via Chiesa», fino all’antica «Via dei Dossi» e prosegue oltre, lungo lo stradone tracciato da pochi anni e che va dalla vecchia Cà Pisana (caduta con la guerra e visibile parzialmente nel luogo ove stanno ora le due «Case Operaie) fino alla Cà Oca, ovvero l’«Oca-Pisana» che, dopo la bonifica ottocentesca della Valle Risara, aveva accorciato il tragitto verso Bando.

A fianco del fossato e per tutto il corso della «Via Chiesa» notiamo in colore più chiaro un camminamento in terra battuta lungo la rampa che giunge fino alle «scuole vecchie».

Oltre casa Minguzzi (la cà dla Mingóna), e per un’area piuttosto vasta, si estende una rigogliosa vegetazione dovuta forse, più che a residui boschivi, alla locale diffusione della canapa, oppure del gelso, albero basilare per la coltura dei bachi da seta (i cavalìr).

 

Alla destra della «Via Chiesa»

Negli anni del bel «Saluto da Filo di Argenta», come del resto nel 1870 [7] la strada verso la Parrocchiale e il suolo pubblico a fianco, lambivano edifici ed abitazioni formando una specie di «Piazza» del paese. Lo si percepisce dalle persone che vi gravitano e passeggiano,

Al centro e in primo piano, dirimpetto alla cà dla Nunziadìna, una parte della sede stradale funge da aia e una donna, con sporta al braccio e fazzoletto bianco, s’avvicina alle granaglie distese al sole. Di fronte a lei alcuni ragazzini e ragazzine, nonché il brigadiere ed un carabiniere osservano incuriositi il fotografo che li ritrae dall’alto. I vestiti indossati e il numero delle persone in movimento, paiono indicare un giorno di festa. Sullo sfondo la residenza del Parroco, poi rasa al suolo anch’essa dai bombardamenti, par quasi sbarrare la strada e la piazza e delimitare il centro del paese.

 

Nel dopoguerra, rimosse le macerie di questa parte del centro di Filo, come si è già raccontato nella Parte Prima, sorsero le nuove Scuole Elementari ed il borghetto da noi chiamato Corea, nel luogo dell’ex Palazzo Tamba e delle sue adiacenze.

Rivediamo tuttavia, in una seconda carrellata, gli edifici della nostra cartolina, ritratti da diversa prospettiva, in altre fotografie anteguerra, datate pochi anni dopo.

 

La foto a fianco è dei primi anni ’20 del ‘900. Fu scattata, da un punto più avanzato e da posizione più decentrata, forse da una finestra delle «scuole vecchie» (poi Casa del Popolo). L’angolazione, infatti, esclude il campicello, la cà dla Mingóna, e anche la cà dla Nuziadina; lascia invece intravvedere la fontana ove sono in attesa, parecchie persone. Qui si nota meglio la pendenza dla rata d Fìl.

 

 

Casa Tamba e al «scôl nôvi»

La sede stradale è ancora la stessa di dieci anni prima, ma nuovi robusti paracarri segnano l’accesso ad una nuova stradina che dà accesso ad alcune proprietà Tamba. Il giardino che sta dietro al muretto non è più nudo come qualche anno prima; la crescita dell’alberello denota il tempo intercorso dall’epoca della nostra cartolina. Dietro casa Tamba, s’intravvede un’abitazione.

 

Disponiamo infine di altre due foto di fine’20 scattate ragionevolmente nello stesso giorno[8] ma da posizioni diverse. In entrambi la vecchia chiesa abbattuta nel 1931 è ancora in piedi. La prima delle due è una vista dal campicello:


Qui vediamo una bella inquadratura delle cosiddette «scuole nuove» costruite ad inizio Novecento, nell’area del dismesso Cimitero parrocchiale. Ha due ampie e caratteristiche scalinate e finestroni ad arco. La facciata del fabbricato, ridotto in frantumi dai bombardamenti alleati, recava una lapide a ricordo dei caduti della I° Guerra Mondiale[9].

Sulla destra della foto uno scorcio di casa Tamba, abbellita con cornicioni e losanghe assenti qualche anno prima.

In primo piano la vecchia fontana incavata nel terreno; vi si nota il parapetto davanti agli scalini che conducono alla quota più bassa, là ove fluisce l’acqua corrente. Vi si contano nei pressi parecchie persone con un paio di fiaschi a testa, evidentemente venute tutte a piedi (biciclette non ce ne sono…).

 Negli anni della ricostruzione postbellica la vecchia fontana, ormai non più in grado di fornire acqua a sufficienza, fu sostituita da una grande pompa a mano collocata alla destra della «Via Chiesa», appena fuori dal muretto dell’Asilo Parrocchiale (la si vede, seminascosta dal fogliame, in una cartolina anni ’50 - vedi ingrandimento a fianco -).


Con l’arrivo dell’acquedotto, nei primi anni ’60 del Novecento, e con la fornitura di acqua corrente in ogni abitazione, la pompa venne poi soppressa.

 

 

 

 

 

La vecchia chiesa Cinquecentesca ed il suo campanile romanico


 

La seconda foto è l’unica in grado di consentirci l’osservazione frontale della vecchia chiesa Cinquecentesca e del suo solido campanile. Dall’immagine si può percepire quanto essa fosse malridotta  poco prima della sua demolizione; allo stesso tempo possiamo notarvi alcuni interessanti particolari: il grande portone ad arco con porticina per l’uso ordinario, la grande croce incavata nel muro, il finestrone ad arco, il rosone, le tre guglie, i bei motivi cinquecenteschi.

Anche questa foto, come quella dal Campicello, pare scattata di sorpresa. Ognuna delle persone fotografate è dedita a qualcosa, chi a giocare (i bambini che corrono), chi a conversare (l’anziano col bastone appoggiato al muretto della Cà dla Mingóna e i due avventori) e chi, infine, sta forse lavorando con zelo, ossia l’uomo di spalle che si dirige verso la vigna parrocchiale. Questi è parzialmente coperto da un bimbo che guarda nella direzione opposta. Quasi tutte le persone ritratte hanno un copricapo, oppure fazzoletti tradizionali, berretti con visiera. Più di tutti meravigliano le bimbe, col cappellino a mo’ di pompiere, forse in voga a quel tempo.

A differenza della foto primi anni ‘20, qui è già presente la linea elettrica. Si vedono i lampioni, i pali ed i fili decorrenti. La «luce» tanto attesa è giunta da poco e permetterà, proprio in quegli anni (1929) l’edificazione del molino elettrico dei Barabani [10].

Quel mulino, edificato alla fine degli anni ’20, fu poi distrutto dai bombardamenti alleati e fu necessario ricostruirlo di nuovo nel dopoguerra.


 

 

A fianco: Il Mulino Barabani del dopoguerra in un fermo immagine tratto dal film «L’aquilone sul Reno»

 

 

 


È l’edificio che noi anziani abbiamo conosciuto e che fu demolito sul finire del Novecento.

 

°°°

 

Termina qui la nostra passeggiata in tre puntate, fra passato e presente, nel centro di Filo.

Ho cercato di ricostruire e raccontare «com’era», e «com’è diventato», il nostro antico Borgo Maggiore affinché ne rimanga memoria scritta per gli anni a venire.

Forse, data la decadenza subita dal paese negli ultimi decenni, a taluni una rassegna come questa e, in genere, ogni rivisitazione del nostro passato, può comunicare tristezza, oppure sembrare fuori luogo, ma è pur sempre la nostra storia, quella dei nostri padri e dei nostri nonni: una storia, che sta scritta sui libri, ma che ritroviamo anche in sbiadite fotografie, o in vecchi e logori mattoni; una storia cominciata più di mille anni fa, in un gruppo di case e capanne addossate al corso di un grande fiume: il Po vecchio, poi abbandonato, quell’«aqua ‘d Pö» che fece girare le grandi macine del Molino di Filo e che  per secoli ha dispensato ai nostri avi gioie e dolori, alito di vita e immani tragedie. 

La nostra, lo sappiamo, fu una storia di «rivaroli», «vallaroli», pescatori, bracconieri e «servi della gleba», divenuti, anno dopo anno, sempre più contadini, mezzadri e braccianti, capaci di mettere a coltura la terra di bonifica, quella affiorata fra le paludi, come quella sconfinata e liberata dalle acque secolari, una grande distesa di terra, invocata, sognata e sudata che, in uno sforzo comune, con le tante famiglie accorse un paio di secoli fa dalla bassa Romagna, è stata difesa, strappata agli artigli e alle prepotenze dei Signori e dei loro scagnozzi, resa feconda dalla straordinaria forza degli umili, dalla caparbietà di gente testarda, volitiva, laboriosa.  

Una storia che abbiamo il dovere di raccontare ai nostri figli, nipoti e anche, perché no, ai tanti nuovi filesi.

Sono radici lontane, una storia ed un passato da far conoscere e di cui, senza ostentazione, ma con legittimo orgoglio, possiamo ancora andare fieri.



[1] Dai Registri Parrocchiali sappiamo che la «Mingona» era Domenica Bedeschi, un tempo proprietaria della casa, nonna materna di Edoardo Minguzzi, ossia del nonno paterno di Giorgio che ne è ancora proprietario.

[2] Nell’anteguerra, nel centro di Filo, fu adattato anche un terzo edificio a scuola pubblica. Era scherzosamente chiamato e’ pisadùr ed era situato alla destra della Via Provinciale dietro l’ex abitazione Salvatori.

[3] Vedi verbale di adesione in A. Vandini, Filo la nostra terra, Faenza, Edit, 2004, pp.66-67 nota 112.

[4] Vedi L. Ricci Maccarini, Dal Palazzone, Argenta, Offset, 1983, p. 79. La data di perforazione ci permette di collocare quindi con certezza la fotografia riprodotta nella cartolina fra il 1912 ed il 1916 (data del timbro postale).

[5] La denominazione «Campicello scolastico» la troviamo anche in una piantina dell’anno 1907 (E. Checcoli, cit., p.57).

[7] Si veda la planimetria dell’anno 1870 commentata nella parte Seconda.

[8] Lo si deduce dall’identica posizione delle coperte appese alla recinzione fra la chiesa e le scuole «nuove».

[9] L. Ricci Maccarini citò infatti nel suo Dal Palazzone (p. 122) una «[…] tardiva lapide attaccata in una qualche maniera sul frontale delle scuole nuove […]».

[10] I mugnai dell’epoca abbandonarono infatti l’opificio a vapore sito al «Molino di Filo» (e’ mulinàz), ovvero la cosiddetta «fabbrica nuova» che pochi decenni prima (1885), aveva preso il posto di quella più antica, ossia del mulino ad acqua alimentato dal Po vecchio, protagonista di una storia tormentata di chiusure e riaperture, di assalti, demolizioni e ricostruzioni dovuti all’ostilità comacchiese (si veda la storia completa dei «molini di Filvecchio» in A.Vandini, Filo la nostra terra, Faenza, Edit, 2004, pp.327-350).

1 commento:

Anonimo ha detto...

Grazie Agide, ti leggo sempre con grande ammirazione, hai il potere e non è poco, di farci tornare indietro nel tempo che sembra ancora presente!!!!
Un abbraccio .

pippi